Le mani che abbracciano

Se mi chiedessero di descrivere una costante, un particolare, un leit motiv di questo viaggio in Tanzania, non avrei il minimo dubbio: le mani. Piccole, nere, tanzaniane anche nel modo di porle. Quelle dei bambini degli orfanotrofi di Mgolole, di Morogoro, Dodoma, Iringa, Dar es Salaam. Le mani dei ragazzi dell’istituto per disabili mentali nel centro di Dodoma. Le mani, tremanti eppure ancora più forti delle altre, dei bambini con il virus HIV. Le mani dei piccoli che fanno a gara, appena arrivi nelle “loro” strutture, a conquistare le tue mani. Se le “prendono” e non te le lasciano più. Le tue mani quasi non fanno più parte del tuo corpo. Loro dopo averle conquistate se le coccolano come fossero loro proprietà. Se dai loro due caramelle puoi stare certo che le prendono entrambe con una mano. L’altra è impegnata nel tenere la tua. Costi quel che costi. Anche perdere le due caramelle. A pensarci bene è davvero una costante. Mi era sempre capitato, sia nella Repubblica Centrafricana che in Madagascar, di “sentire” le mani dei bambini strette alle mie, quasi aggrappate. E’ una richiesta di attenzioni, un conquistare una persona che potrebbe riuscire a farli andare via da un inferno, per quanto siano amorevolmente curati (e lo sono). Sono mani che idealmente ti abbracciano l’intero corpo e ti chiedono di interessarti a loro, a cosa fanno e cosa potranno fare in un posto dove non c’è l’acqua corrente, non c’è l’elettricità. O dove queste comodità per noi assodate esistono, ma non vi è invece l’attenzione di cui un bambino, qualsiasi bambino, ha diritto: quella genitoriale. Oppure semplicemente di alleviare il dolore e la spossatezza che l’Aids malignamente incunea in una bambina al Villaggio della Speranza, che però vuole ugualmente stare nel gruppo con gli altri a cantare il benvenuto in lingua Swahili in nostro onore. Sono convinto che ciò che hanno visto i miei occhi in quel posto mi resterà per sempre indelebile come ferita non rimarginabile. La sofferenza estrema dei bambini è cosa troppo innaturale per avere spiegazioni plausibili. Invidio chi usa la fede per risolvere la questione. Io penso che non riuscirò mai a farmene una ragione. Siamo partiti senza sapere esattamente cosa andavamo a fare in Tanzania, se non ad “esplorare” un territorio per noi nuovo. Torniamo con la consapevolezza di saperne di più. Molto di più. Di conoscere, ovviamente in piccola seppure significativa parte, una realtà vastissima, bellissima, complicata, in via veloce di sviluppo, ma con gli enormi problemi che l’Africa nera si porta. Con la consapevolezza che anche la Tanzania, come quasi tutti gli altri paesi del continente nero, è stata depredata dagli invasori europei che l’hanno razziata sin dai tempi degli schiavi deportati a Bagamoyo. Ma torniamo anche con la certezza che qualcosa per quei bimbi noi, nel nostro piccolissimo ambito della Terra di Piero, possiamo farla. L’idea del gemello del Parco Piero Romeo ad Ipogolo, nella regione di Iringa (dove nella scuola statale ci sono due classi speciali composte da bimbi disabili) è la più intrigante ed anche la più difficoltosa per tempi e costi ( e proprio per questo dovremo mettercela tutta... ) ma potremo ripristinare il parco giochi, ormai quasi in disuso, del centro psichiatrico infantile di Dodoma. Possiamo fare molto per gli altri orfanotrofi visitati. Fondi e burocrazia permettendo, noi partiamo. Non in Tanzania (quello speriamo per marzo) ma con l’attuazione di questi corposi progetti. Non perdiamo nemmeno un giorno. Con un fine unico e solo: stringere più forte più mani possibile. Mani che chiedono amore e rispetto. La Terra di Piero è solo un umile tramite. Cosenza si prenderà cura di quelle mani. E quando un bimbo tanzaniano in carrozzina salirà ad Iringa sull’altalena, o sul girello, simile a quelli che sono a Via Roma, accendendo idealmente i fari sul primo parco inclusivo della Tanzania, o quando il dispensario dell’Ospedale di Migoli sarà pieno del necessario, o quando i bambini dell’Orfanotrofio di Simba avranno finalmente la pompa per tirare l’acqua dal pozzo ed avere il diritto all’acqua potabile corrente, allora potremo dire che quelle mani le avremo abbracciate. Le avrà abbracciate la mia diletta Cosenza. Un abbraccio intensissimo nel frattempo lo do ai miei 10 compagni di viaggio. E’ stata dura, ma abbiamo, ancora una volta, reso bella la Terra di Piero. Adesso tutti al lavoro: ci sono piccole manine nere che ci aspettano. E noi le stringeremo. PAMOJA, insieme. Hakuna matata e, soprattutto, Asante, Tanzania. Ci hai insegnato molto. Ci rivedremo.

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